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Ambasciata d’Italia a Teheran

L’Ambasciata d’Italia possiede due sedi magnifiche, edificate nel XIX secolo in due dei più antichi giardini di Teheran, entrambi di proprietà, per diverse vicende, dell’aristocratica famiglia Farmanfarma imparentata con la dinastia dei Qajar.

Il nucleo del primo giardino, ove si trova oggi l’Ambasciata di Via Neauphle Le Chateau, incominciò a prendere forma nella seconda metà del diciannovesimo secolo, durante gli anni che videro una forte espansione urbanistica di Teheran.

All’epoca esso si trovava in una piccola sezione delle terre incolte al di fuori della città, nota come Nosrat-abad, dal nome del suo primo proprietario, il principe Firuz Mirza Nosrat al-Doulé, il capo della famiglia Farmanfarma. Dopo Nosrat al-Doulé, il successivo proprietario e fondatore del giardino vero e proprio fu probabilmente Haji Abdallah Qaragözlu, che godeva del titolo di Haji Amir Nezam e che, sotto il regno di Mozaffar al-Din Shah (1896-1907) ricoprì numerosi alti incarichi governativi. Haji Amir Nezam morì nel 1915, lasciando ai sui figli in eredità tre giardini. Hosein Qoli Qaragözlu ereditò il titolo del padre Amir Nezam e anche il giardino che diventò in seguito la sede dell’Ambasciata d’Italia. Al tempo di Haji Amir Nezam padre nel giardino vi erano diversi edifici, tra i quali il biruni, dove gli uomini della casa ricevevano i loro ospiti, e l’andaruni, edificio riservato alle donne.

Al centro del giardino era situata una enorme vasca di 58 metri per 64 che fungeva da serbatoio d’acqua. Al centro di questa vasca vi era un isolotto con quattro salici. A nord, l’isolotto era unito alla riva da un leggero e grazioso ponticello. In seguito, a causa delle difficoltà di manutenzione, questa vasca venne sostituita da un prato di uguale dimensione. Il giardino con la sua enorme vasca e il biruni furono venduti da Hosein Qoli Khan Qaragözlu Amir Nezam all’Ambasciata d’Italia il 6 giugno 1925, durante la missione guidata da Carlo Galli.

L’attuale edificio è il frutto dell’ intervento architettonico operato sulla precedente struttura in quello stesso anno dall’architetto russo Markov, con una forte impronta “palladiana”. L’interno dell’edificio presenta molte caratteristiche tipiche dell’architettura persiana, ma l’insieme del progetto architettonico è chiaramente in stile farangi (europeo), in quel periodo molto diffuso. Le colonne ioniche autoportanti, con i loro capitelli a voluta, le modanature di gesso del soffitto, i modiglioni e le porte a doppia foglia di stile palladiano, le decorazioni di stucco intorno agli specchi, le mensole e i camini decorati e la decorazione superiore delle porte, seguono tutti la moda farangi, cosí come essa si era affermata in Iran alla fine del regno di Mozaffar al-Din Shah.

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